In India metà del patrimonio capitalistico nazionale è nelle mani dei Marwari. Sono antichissime dinastie di commercianti originarie di Mandawa, Nawalgarth, Fatehpur, nella regione Shekavati del Rajahastan: per secoli controllarono un incrocio di piste di cammelli lungo la "via della seta", che dall'Estremo Oriente portava a Venezia, e furono intermediari tra cinesi, afgani e persiani. Quando la Gran Bretagna, impero marittimo, spostò i centri dell'economia indiana verso i porti, le famiglie Marwari capirono subito dov'era il futuro. Si trasferirono a Bombay e a Calcutta. In mezzo alla pianura semidesertica del Shekavati sono rimaste le loro città gioiello con gli haveli di famiglia, palazzi ricamati di bassorilievi e affreschi, oggi sempre più cadenti e decrepiti. (E anche l'abbandono scandaloso di queste splendide ex dimore principesche rivela uno dei paradossi dell'India di oggi. Il garantismo socialista in favore delle classi disagiate ha partorito una sorta di blocco degli sfratti permanente, che ricorda l'Italia di alcuni anni fa. Dunque, i "custodi" degli haveli, a furia di viverci con le loro famiglie, hanno maturato una sorta di diritto di usucapione. I loro padroni emigrati a Bombay e Calcutta sono padroni sulla carta, in realtà gli ex portinai bivaccano indisturbati e inamovibili negli haveli cono tutto il parentado di nonni, figli e nipoti, cugini e nuore a non finire. Le dinastie miliardarie dei Marwari si rifiutano di investire capitali per il restauro di questi capolavori dell'architettura, perché non hanno speranza di rientrarne in possesso).

da L'Impero di Cindia di Federico Rampini