Sarò lungo

Scrivere una presentazione del proprio lavoro è sempre un esercizio rischioso. C’è sempre la possibilità di ripetersi, di arrivare presto al punto e di non dare la giusta importanza al fatto che le idee, i progetti, le serie cambiano col cambiare del tempo. Ho questo sito non mi ricordo più esattamente da quanti anni, diciotto? venti? il tempo rende confusi gli inizi, i trascorsi, i passaggi fondamentali. Anzi guardate, mi piace questa citazione per iniziare:

"Puro inganno di innocenti e sprovveduti, il principio non è mai stato il capo nitido e preciso di una linea, il principio è un processo lentissimo, tardivo, che richiede tempo e pazienza perché si capisca la direzione in cui vuole andare, che tasta il cammino come un cieco, il principio è solo il principio, cio' che ha fatto vale tanto quanto niente." (José Saramago, La caverna).

Trovare nella mia ricerca una direzione precisa come una freccia dalla traiettoria perfetta penso non sia proprio possibile. Ho sempre portato avanti in parallelo diversi progetti, alcuni sono abortiti a metà strada, altri vagano ancora tra il nulla e il niente in cerca di una forma. Raccontiamola così. La musica di sottofondo, la domanda che mi pongo, è sempre stata questa: che ruolo hanno le immagini? come cambia il loro significato al cambiare del contesto? E' abbastanza generico per provare a tenere tutto nello stesso contenitore? Quello che trovate su questo sito, in questa forma di dispersione che ho voluto dargli, sono le emergenze, la parte venuta fuori, galleggiante, di un iceberg molto più ramificato, pieno di incongruenze e vicoli ciechi, che è la mia produzione fotografica. Ci sono alcune cose che riguardano quello che sta girando nella mia mente in questo periodo:

la serie Fusion, dove inserisco mie immagini con la tecnica del collage in universi altri, soffermandomi sull'idea che le immagini cambiano di significato al cambiare del contesto e cercando di dare una forma a tutto ciò; sono esperimenti con materiali di varia provenienza, che oltrepassano i confini classici della fotografia e invitano a interrogarsi sul suo essere innanzi tutto un oggetto bidimensionale;

le serie Surfaces, Terra e Peach, dove trovate close up, con scarsa o assente visione prospettica, ma anche immagini quasi casuali, mosse, ai limiti della percezione; un modo per confrontarmi con l'utilizzo più frequente oggi della fotografia, dominata da dispositivi come gli smartphones che hanno cambiato il nostro modo di fotografare e di guardare la fotografia, con riprese sempre più ravvicinate.

Altre tre serie, Forest Landscape Materials e Phase Change, fanno per me parte di un medesimo ciclo, tenute insieme dall'essere tutte tre frutto della collaborazione, avvenuto in modi e tempi diversi, con il critico d'arte Steve Bisson. Forest, che dei tre è il progetto più antico, è fatto di immagini di foreste, mi veniva da dire di vegetazione indifferenziata, ma un amico naturalista mi ha fatto notare che è una stupidaggine parlare di vegetazione indifferenziata, quindi foreste riprese in modo frontale o dall'alto che funzionano come delle membrane attraverso le quali pian piano immergersi in se stessi; la foresta come un mondo interiore nel quale occorre inoltrarsi senza restare inghiottiti; Landscape Materials è un lungo progetto che mi ha accompagnato per anni, prima con la realizzazione delle immagini, che risalgono al 2013 e che sono state scattate in California, in una ristretta area a nord di San Francisco, poi con la costruzione di un libro edito da L'Artiere e costruito a quattro mani insieme a Steve; una sorta di trip visivo, un'impaginazione grafica anomala e asimmetrica che lascia ampi spazi bianchi nelle pagine a sottolineare l'idea di fondo di un paesaggio che è diventato frattale, dal significato impalpabile; la terza serie, Phase Change, finalizzata in un altro libro, 52 Pictures, edito da Urbanautica Institute, è costituito da 26 dittici dove approfondisco i temi tipici della mia ricerca: la funzione delle immagini e le problematiche relative al concetto di paesaggio, la difficoltà a razionalizzarlo visivamente, dove quello che conta sono le relazioni che si instaurano tra ogni coppia di immagini.

Se poi tutto ciò non vi è bastato, cosa possibile ma non del tutto probabile, ho inserito alcuni camei, pre rendere il tutto più appetitoso e ricco: le serie Barocco, Blur e Loop sono veramente ancora degli abbozzi e quindi per il momento, a parte i titoli che qualcosa vorranno pur dire, sono avvolte in un alone di indistinto; insomma dove andranno a finire lo vedremo nelle prossime puntate.

La serie Italian Monument è invece un long-term project partito dall'osservazione di un libro del 1976, American Monument, di uno dei fotografi a me più cari, Lee Friedlander. Oltre 200 fotografie che raccontano il paesaggio americano attraverso i suoi monumenti. Con uno spirito simile, ma in Italia e un sacco di anni dopo, sto raccogliendo una quantità sempre più ampia di immagini nel tentativo di descrivere, comprendere mi sembrerebbe francamente eccessivo, il rapporto degli italiani con la propria storia e le proprie tradizioni, convinto come sono che i monumenti sono strumenti per raccontare la memoria collettiva. Opera si trova nella stessa colonna di Italian Monument e affronta la stessa questione da un diverso punto di vista; quasi casualmente ho iniziato a scattare immagini di edifici italiani tutti ripresi nello stesso modo: frontalmente, dal basso, quasi a voler risaltare i materiali con i quali sono costruiti. Ne sta venendo fuori una raccolta dove alcune tipologie iniziano ad affiorare. E sono tipologie legate al modo di costruire italiano. In altri termini la forma con cui sono costruiti gli edifici ha a che fare con il modo di essere degli italiani o meglio al modo di rappresentarsi.

Architecture è architettura fantastica, non aspettatevi immagini in bolla o cose del genere; benché siano fotografie sta dalle parti di Moebius, per chi mastica di fumetti, si tratta del fantastico e della fantascienza applicata alla fotografia. Abbastanza incomprensibile, nevvero?

Transparencies riguarda la mia ossessione per specchi, superfici riflettenti, traslucide e così via. Potete prenderlo come una forma di malattia mentale, un interesse morboso o una ricerca sulla sottile soglia che separa il visibile dall'invisibile. Fate voi.

Oh, incredibile ma siamo arrivati quasi alla fine, Chaos è un omaggio, anche formale, al caos e all'imprevedibilità, presupposti imprescindibili alla base della vita e del suo declino; una specie di forza di gravità che crea il ritmo di fondo su cui galleggiano le nostre vite.

Infine Sessame è una contemplazione insistente e prolungata su un'area ristretta del Sud Piemonte, diciamo che parla del mio lato romantico, mentre Viewpoints si concentra sui belvederi, fotografando il luogo fisico, piuttosto che il panorama; è una riflessione su cosa facciamo quando guardiamo, cosa ci aspettiamo dall'atto del guardare, e cosa ci da soddisfazione in questo atto. Bene. Siamo arrivati alla fine. Alla prossima. EH